
Si chiude così, con la dolorosa scoperta di un cadavere ritrovato in un canale e l’omicida in fuga, una vicenda sul cui esito positivo la maggior parte di noi nutriva purtroppo ben poche speranze.
Quando ho appreso della scomparsa di Giulia Cecchettin e Filippo Turetta ho aspettato un attimo, come tutti, a trarre conclusioni, finché non ho letto che lei lo aveva lasciato e che lui non voleva che lei si laureasse.
Si è accesa lì la lampadina purtroppo.
Non sono più riuscita a pensare a una fuga volontaria.
O a un incidente stradale.
Ho pensato subito “ecco l’ennesimo femminicidio”.
Lo temevamo tutte come sarebbe finita, perché purtroppo le cronache di questi anni ci hanno portato a questo, non a pensare al peggio, ma a individuare, tra i racconti di storie che sembrano diverse, segnali simili.
Man mano che i giorni sommavano indizi, la speranza che Giulia fosse viva diminuiva: il comportamento geloso e controllante di lui, lui che la segue al centro commerciale, la lite in macchina, fino al filmato definitivo di lei che tenta di scappare e lui che la insegue, che la picchia, che la tramortisce e poi la carica in macchina… tutto era già chiaro, perché uno che fa questo non può essere una brava persona, a discapito dei racconti.
Riescono bene a fingere questi assassini, così capaci nel farsi passare per brave persone.
Abitano sempre in villette normali, fanno parte di famiglie normali, fanno una vita normale e sui social postano foto normali, dove tutti riempiono l’obiettivo con un grande sorriso stampato in faccia.
E mentre i giornalai spulciano in quotidianità banali finisce che nessuno veda – o si rifiuti di vedere – che dietro a tutta quella normalità si nascondessero gli indizi di quanto è successo.
Certi maschi sono cresciuti col concetto di possedere una persona, forti di un potere che gli è stato concesso per secoli, e ne sono talmente impregnati che non riescono ad accettare che qualcosa gli venga negato. Non accettano che non sono più loro i padroni nella coppia, della vita delle ragazze, delle case e degli uffici.
Turetta è l’ennesimo simbolo della società in cui viviamo, una parte della quale continua a ritenere una donna una proprietà senza autonomia. Ma allo stesso tempo si contraddice: la donna è un oggetto fragile che solo una mano maschile può tutelare ma è la stessa mano maschile che punisce, colpisce, distrugge, uccide le donne.
Dobbiamo per forza imparare a proteggerci da sole, e scrivo dobbiamo perché non possiamo fare altrimenti, anche se non è giusto che tutto ricada sempre sulla nostre spalle. Non toccherebbe a noi prevenire uno stupro, un femminicidio, ma tant’è, questo è quello che ci tocca fare.
Ci dicono di andarcene al primo indizio, e difatti Giulia l’aveva fatto. L’aveva lasciato, ma di fronte alle sofferenze di lui aveva deciso di aiutarlo a superare l’abbandono, lei, che era così generosa di sorrisi e aveva l’entusiasmo di un futuro tutto da costruire.
Perchè è così che dovrebbe andare il mondo, se il nostro fosse un mondo giusto.
Fuori si fanno vedere adulti ma sotto sotto sono fragili, insicuri, gelosi, vendicativi, manipolatori, egoisti, vigliacchi certi maschi. E crudeli.
Già mi aspetto l’ennesimo dibattito televisivo che metterá in luce il ruolo delle madri di questi assassini, dimenticandosi che nella famiglia, quella tradizionale tanto cara a qualcuno, i figli si dovrebbero crescere in due.
Ho un figlio maschio, ho fatto del mio meglio per educarlo all’empatia, fin da piccolo lo abbracciavo e coccolavo come facevo con mia figlia. Ci parlo, lo ascolto, gli ho insegnato che niente gli è dovuto in quanto maschio, che non esistono differenze di doveri tra i generi.
Gli ho spiegato che non è sbagliato esternare le proprie emozioni, che a tenersi tutto dentro poi si esplode, che il racconto dell’uomo che non deve chiedere mai è falso. Che la vera forza è quella interiore e non quella dei muscoli.
Basterà? Bella domanda.
A mia figlia ho parlato di indipendenza, a non essere subordinata da un uomo, a essere forte dei suoi principi.
Ma poi questi figli escono e vanno nella società, negli spogliatoi, nei locali, hanno internet, e lì si affacciano in un mondo dove le protezioni se le devono fornire da soli.
Ecco perché la formazione deve essere un impegno collettivo, di tutti.
Non riesco a capacitarmi del fatto che, la società prima e lo Stato poi, non ascoltino le donne.
Ogni donna che denuncia una violenza, che lo faccia di fronte a un’amica o a un carabiniere, sta rendendo un servizio importantissimo perché segnala una persona che non è pericolosa solo per lei ma per tutta la società.
Quella persona non si fermerà, se non lo farà su di lei scaricherà la sua violenza altrove.
La fatidica PREVENZIONE passa anche attraverso l’ascolto delle donne, anche quando sono racconti di ragazze con il volto da bambina come quello di Giulia.
Non ho voglia di riempire righe vuote di contenuto, vorrei solo urlare che io pago le tasse e voglio che lo Stato protegga me, mia figlia e le figlie di tutte, voglio che investa in informazione e prevenzione, voglio che restituisca la dignità e onori la memoria di tutte le donne vittime della violenza di un uomo attraverso pene certe, e che creda a loro quando lo raccontano, anche quando hanno solo un filo di voce.
Tra un po’ sarà un altro 25 novembre e ci riempiranno delle solite inutili panchine e scarpette rosse per lavarsi la coscienza che stanno facendo qualcosa, invece qui è tutto immobile.
In questo Paese non bastano più le bandiere, le parole, le lacrime, servono progetti. Serve un unico fronte e, se necessario, i tavoli gettati all’aria.
(Per Giulia
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