Israele-Palestina: donne per la pace

la palestinese Meera Eilabouni
e l’israeliana Yael Deckelbaum

Non è per nulla facile restare obiettivi di fronte alle tragedie odierne, né tantomeno scrivere senza toccare corde sensibili che possano offendere qualcuno.

Ho sempre invidiato chi riesce a schierarsi mostrando certezze assolute che io invece non ho. Un profondo sentimento di inadeguatezza e la scarsità di mezzi di fronte a questioni così grandi mi impediscono di prendere parte a questa diatriba tra tifoserie belliche, specie quelle che si organizzano dai divani di casa.

Quando ho cominciato a scrivere i miei primi articoli su questioni sociali mi ero abituata a redigere lunghe liste di pro e contro su ogni argomento. Nonostante questa pratica mi aiutasse a sbrogliare alcuni nodi irrisolti, i due elenchi finivano quasi sempre per equivalersi, lasciandomi un grosso punto interrogativo in testa.

Questo banale esercizio, fatto oggi, mi riporta a quanto scritto sopra, e cioè che la verità non è un gioco a punti quando torti e ragioni si alternano e si sommano, una volta da una parte, una volta dall’altra.

Più guardo filmati di Israele, con le testimonianze della mattanza terroristica del 7 ottobre, sfociata oggi in un generale sentimento antisemita, più il pensiero va agli amici israeliani e mi chiedo, ma perché?

Più guardo le immagini di Gaza in fiamme, con la conta crescente delle vittime, più il mio pensiero va agli amici palestinesi e mi chiedo, ma perché?

Siamo finiti in una spirale di violenza e non è semplice restare lucidi quando hai amici da entrambe le parti, ognuno con la sua quota di dolore.

Eppure la popolazione mondiale sembra già avere la risposta: basta scegliere con quale dei due schierarsi modificando la propria immagine profilo.

É quasi impossibile trovare una posizione equilibrata quando chi scrive di questa guerra (ma succede lo stesso con l’Ucraina) cerca solo colpe e mai soluzioni. Tifoserie, liti, accuse. Link da aprire che riportano ad altri link, che scavano all’infinito all’indietro rischiando di farci perdere il focus sull’oggi.

E soprattutto fake news, tante fake news.

Si mette in discussione tutto. A niente valgono interviste e reportage sul campo. Distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile. Schierarsi aggiunge un senso di liberazione nell’animo di chi non è direttamente coinvolto e credersi nel giusto rafforza sempre di più la propria ideologia.

Ma la realtà è molto più complessa, così come complesse sono le declinazioni dell’emotività che ci spingono a parteggiare per l’uno o per l’altro.

Chi sta da una parte accoglie in modo asettico, con poca empatia e compassione, la notizia dei morti dall’altra parte.

Ma se tutto è già stabilito dalle proprie convinzioni, a cosa serve parlarne, informarsi?

L’unica cosa reale è che c’è una guerra, e purtroppo non bastano i video, le testimonianze e nemmeno le prove per far cambiare idea a chi ha già la sua preconfezionata. Nessuno è disposto a scambiare la verità in cambio della propria ideologia.

Capire cosa e perché sta avvenendo sarebbe importante, ma nessuno oggi è disposto a barattare la propria idea sull’altare della verità.

Facciamo molta attenzione, perché questa spasmodica propaganda di odio da entrambe le parti sfocia in antisemitismo e islamofobia.

E invece ogni guerra richiede prudenza.

Da un lato abbiamo i ricchi capi di Hamas, responsabili della strage di innocenti, che fanno video da hotel a 5 stelle, lontani dalle bombe, incitando le masse ad andare a morire per una causa; loro che negli ultimi 20 anni, invece di usare la montagna di soldi ricevuti da mezzo mondo per migliorare la vita della “loro” gente li ha usati per costruire tunnel e acquistare armi contro l’odiato Israele (il quale senza i suoi Iron Dome sarebbe già da tempo stato raso al suolo).

Tunnel dove oggi imprigiona ostaggi civili, mentre il suo popolo, altrettanto innocente, sottomesso e rinchiuso, privato di tante libertà, soccombe.

Dall’altra abbiamo l’esercito israeliano che, per stanare una manciata di terroristi, sta decimando migliaia di persone inermi sotto al fuoco dei missili, rischiando di trasformare questa guerra in una vendetta.

Shereen Abu Aqle

Di fronte a questa assurda contabilità dei morti il mio pensiero corre a chi raccontava queste storie di quotidiana follia, come Shereen Abu Aqle, la giornalista palestinese morta ammazzata per mano di un cecchino israeliano, e al corrispondente di Al Jazeera che ha appreso in diretta dello sterminio della sua famiglia. Eventi che certamente hanno scosso il mondo intero provocando rabbia e indignazione, facendo passare in secondo piano l’orribile mattanza del 7 ottobre.

Da qualunque angolazione la si guardi pare non ci sia via d’uscita.

Questa guerra rappresenta il trauma di due popoli dove é ormai difficile distinguere – nei profili dei rispettivi dirigenti – gli aggressori dalle vittime e che, mentre noi continuiamo a misurare, ancora una volta, la nostra impotenza, si dimostrano più che mai distanti, non disposti a dialogare per porre fine a questa terribile catastrofe umanitaria.

Oggi come ieri è solo la politica a manovrare i fili che decideranno dei destini di tutti noi, incapace di trovare una soluzione diplomatica, che dialoghi non solo con gli “amici” ma anche coi nemici. Non c’è altra via.

Amira Zidan e Marie-Lyne Smadja al centro

Eppure c’è chi, ben prima che tutto precipitasse, aveva tentato in tutti i modi la via del dialogo. Quella che é mancata nel racconto di queste settimane di orrore è stata la voce delle donne. Donne che, in tutti questi anni, hanno continuato a riunirsi: non per fare o per organizzare una guerra, bensì per scongiurarla, usando come protesta la cultura, le arti e le marce non violente.

Queste donne, libere dalle rispettive differenze di culto, tradizioni o motivazioni che disgregano, invece di nascondersi dietro a scatole identitarie che generano ghetti e divisioni, hanno promosso l’inclusione e la solidarietà reciproche. Durante l’ultimo decennio sono state migliaia le donne musulmane, ebree e cristiane che hanno fatto rete e lanciato messaggi, marciando a piedi attraverso Israele e la Cisgiordania occupata per chiedere un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.

I movimenti “Women Wage Peace”, “March of Hope” e “The Mothers” hanno unito donne che hanno chiesto, inascoltate, di fermare le ostilità sfidando barriere religiose e politiche.

“Fino ad oggi gli uomini al potere non hanno creduto che alla guerra. Noi, le donne, siamo una cosa nuova. Ci ascoltiamo reciprocamente, ci muoviamo insieme e cerchiamo di comprendere le necessità degli altri” dicono le attiviste.

Mi hanno colpito, giorni fa, le parole di una ex soldatessa sovietica che dopo una battaglia andò a vedere il campo dove giacevano i morti e i feriti. “C’erano ragazzi, bei giovani, russi e tedeschi, mi dispiaceva ugualmente per tutti quanti. Ho pianto per loro. La morte e il dolore non conoscono differenze tra gli esseri umani”.

Anche per la guerra russo ucraina non si è dato spazio né ascolto ai movimenti di resistenza femminista che hanno fatto di tutto per far cessare le ostilità promuovendo il dialogo e la pace, prestando aiuto ad entrambi gli attori del conflitto e chiedendo il blocco delle spese per gli armamenti.

Le donne civili, quelle del popolo, hanno sempre cercato di creare alleanze e ponti tra gruppi diversi per uscire dal circolo vizioso dell’odio e della vendetta.

Dovremmo tutti ascoltarle e imparare da loro.

#StopAllaGuerra


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