
Sono riuscita finalmente a ritagliarmi un paio d’ore per andare a vedere il film del pluripremiato Matteo Garrone.
Non sono solita essere morbida su temi che rischiano di restare impantanati dentro a strumentalizzazione e pietismo, ma per fortuna non è questo il caso, e questo mi da la conferma di come le polemiche delle scorse settimane fossero nient’altro che pregiudizi, scaturiti perlopiù da gente che nemmeno si era presa il disturbo di andare a vedere il film.
Per me la visione di IO CAPITANO è stato un commovente tuffo nel passato.
Inevitabilmente mi sono riaffiorati alla memoria decine di racconti già ascoltati dai richiedenti asilo ormai quasi 10 anni fa durante la ricostruzione dei loro viaggi, tutti accomunati dai morti nel deserto (maggiori che in mare), dalla corruzione di funzionari e di banditi improvvisati che intascano denaro sulle debolezze altrui, dalla violenza dei mafiosi libici e le loro carceri che sono luoghi di tortura.
E poi i lavori da manovale per la costruzione dei grandi condomini di Tripoli e la decisione dei banditi libici (già da allora!) di far guidare le imbarcazioni non più da loro scafisti ma dagli stessi migranti, meglio se minorenni, così le pene sono più lievi.
Ma quello che maggiormente mi aveva colpito, perché uno non ci pensa, era il racconto del freddo agghiacciante patito di notte in mare, che scava nelle viscere più della fame.
Insomma, tutto quadra nel minuzioso racconto di Garrone.

Se si volesse cercare un limite al film sarebbe quello di non essere esaustivo su di un argomento tanto complesso, ma solo se non si conoscono le intenzioni del suo autore, che erano quelle di raccontare la storia di due adolescenti senegalesi che decidono di disobbedire ai genitori. E’ ovvio che la vicenda di uno-due-dieci persone non possa essere universale, è la loro, e come tale va considerata, così come la realtà e le ragioni di ogni Paese sono differenti.
Il pregio di IO CAPITANO – costruito sulle storie vere di Kouassi Pli Adama Mamadoum e Fofana Amara, entrambi sbarcati in Italia – sta proprio nella credibilità e nell’aderenza alle vite dei protagonisti.
Se lo dovessi riassumere con due aggettivi direi che è un film sull’amicizia e sulla speranza.
La concretezza dei fatti, sviluppati nella loro crudezza, si amalgama alla poetica, cifra stilistica di Garrone, che si avvicina con tatto e rispetto, con la macchina da presa sempre puntata sui volti, restando quasi in disparte durante la tragedia del viaggio e intervenendo con una spettacolare fotografia multiforme che regala allo spettatore suggestioni visive durante l’intera proiezione.
Seydou e Moussa sono senegalesi, hanno una cultura e identità ben precise, non sono numeri né corpi intercambiabili tra loro, disumanizzati e ridotti a mera statistica, come ci hanno abituato i reportage quotidiani degli sbarchi.
La scelta di sottotitolare l’intero film – gli attori, quasi tutti senegalesi, parlano la loro lingua madre, il wolof, con qualche intermezzo di francese – restituisce alla storia la sua genuinità e origine.
I sogni adolescenziali dei due protagonisti sedicenni potrebbero benissimo apparentarsi a quelli di coetanei di altre latitudini: il riscatto, la realizzazione, il desiderio di cambiare la propria condizione. E poi l’ambizione e l’irrazionalità, l’ingenuitá nel sentirsi onnipotenti, la disubbidienza verso gli adulti, sono tutte caratteristiche tipiche degli adolescenti di tutto il mondo.
Il passaggio da adolescente a uomo del protagonista Seydou – già vittima della crudeltà di banditi, trafficanti e terroristi durante tutto il tragitto – si concretizza durante la traversata in mare, quando si ritrova, contro la sua volontà, a gestire il destino di altre persone.
Quello di Seydou diventa una sorta di viaggio di formazione, dove lo sguardo sognante e ingenuo delle prime scene si trasforma, con lo scorrere della trama, in smarrito e deluso nello scoprire l’orrore del mondo degli adulti dove si viene trattati come merce e non come esseri umani.
Tuttavia la violenza e le umiliazioni subite andrebbero raccontate anche in patria per non incentivare questi viaggi verso l’ignoto e dissuadere chi, “migrante per scelta”, lascia la propria terra verso un destino incerto e fin troppo pericoloso. Seydou e Moussa comprendono durante la loro odissea che la disobbedienza la si paga molto cara.
Il finale suona come una vittoria e la pellicola si conclude lasciando i naviganti ignari di quello che li attenderá all’arrivo, dove altre barriere e anni di attesa li separeranno dalla realizzazione dei loro progetti aggiungendo altre incognite al loro fragile destino.
Il bravissimo Seydou Sarr, il cui personaggio da il titolo al film, premiato migliore attore esordiente alla Mostra del Cinema di Venezia, ha un’espressività di rara bellezza e un’innata spontaneità di recitazione. Incredibile apprendere che quegli occhi tanto espressivi, dai quali passano tutti gli stati d’animo, lo stessero portando verso la cecità (la stessa malattia che ha colpito la madre), curata attraverso un delicato intervento in Italia dopo la fine delle riprese. Mi auguro per lui una brillante carriera cinematografica, anche se Seydou, proprio come il suo omonimo nel film, sogna una carriera musicale (sono suoi i brani di coda).
Lo spettatore esce dal cinema scosso da un misto di angoscia e immedesimazione, come se avesse affrontato insieme agli attori la pericolosità del viaggio, ma anche con la consapevolezza che, dopo decenni di migrazioni irregolari, sarebbe urgente sbloccare i visti per consentire finalmente una mobilità sicura tra Stati che elimini barconi e trafficanti.
Spostarsi, viaggiare, programmare il proprio futuro, sono libertà che devono essere concesse a tutti.
(di Agatha Orrico)