
Sono andata a vedere il film di Ridley Scott “House of Gucci”, un film americano, con un cast interamente americano, fatto per un pubblico americano, che rappresenta gli italiani con tutti gli stereotipi che ne hanno gli americani.
Parto col dire che il regista ha realizzato un biopic senza interpellare nessun membro della famiglia, ma attingendo da una biografia non autorizzata scritta da un’americana che viveva in Italia, e già questo non è un indizio positivo.
Si sarebbe potuta raccontare la storia dell’azienda, fondata alla fine del 1800 dal capostipite, con un’intuizione geniale, e poi passata ai figli che traghettarono il marchio da Firenze oltre oceano, raggiungendo fatturati altissimi. Omaggiare una delle più celebri dinastie italiane, toscani icone di stile e abili imprenditori, forse pareva brutto. E allora Scott si fissa sulla storia di Patrizia Reggiani e rielabora il tutto mettendo in piedi un carrozzone di clichè.

Vediamo i personaggi.
Paolo Gucci era descritto da tutti come uno stilista rompiballe ma creativo, passionale ed elegante. Nel film è interpretato da Jared Leto, che non gli assomiglia minimamente: basta guardare le foto sopra. Quindi perché camuffare il bellissimo Leto in quel modo? Il Paolo Gucci di Leto manca totalmente di carisma, vestito per gran parte del film con la stessa tuta in poliestere che lo fa sembrare più che un imprenditore un narcos.
Gesticola perennemente, la sua voce è una lagna, non sembra un personaggio dell’alta borghesia toscana, bensì un coatto uscito da qualche borgata, grottesco e surreale.
Il bel Leto ha dichiarato in un’intervista che, per immedesimarsi al meglio nella parte, sniffava ogni giorno sugo all’arrabbiata e olio d’oliva (testuali parole). Allora mi si spiegano molte cose.

Il co-protagonista del film è Maurizio Gucci interpretato da Adam Driver.
Anche lui è impacciato, totalmente privo di charme, sempre sotto tono, manipolabile e senza spina dorsale: esattamente il contrario di ciò che era, se vogliamo dar credito a chi l’ha veramente conosciuto.
E poi non è credibile – e difatti è stato smentito da tutto l’entourage – che la seppur sveglia Patrizia Reggiani arrivi e sia lei, con brillanti intuizioni, a gestire le intere sorti di un impero da milioni. Sgamata, ambiziosa, sì, ma esperta business woman dall’oggi al domani non ci crede nessuno.

E che dire dello zio Aldo Gucci, portato in scena da Al Pacino?
A dire il vero sono in imbarazzo su cosa dire. Aldo Gucci aveva un fiuto imprenditoriale fuori dal comune, è colui che andò a New York per esportare il marchio oltre oceano e ci riuscì benissimo.
Venero Al Pacino a tal punto da considerarlo uno dei migliori attori viventi, ma forse qualcuno doveva dirgli che non stava recitando ne Il Padrino e nemmeno ne I Soprano. Per tutta la durata del film mi aspettavo tirasse fuori una mitraglietta come in Scarface. Eppure stiamo parlando di Firenze, non della Little Italy ai tempi del proibizionismo.
Tralasciando le numerose imprecisioni ( ad esempio i figli di Patrizia e Maurizio sono 2, non uno; oppure la scena dell’omicidio, girata a Roma come se i milanesi non sapessero riconoscere le vie di Milano, tanto una città vale l’altra) , siamo di fronte all’ennesima rappresentazione raffazzonata degli italiani come ci vedono da 200 anni gli americani: chiassosi, burini, sopra le righe, kitsch e sempre invischiati nell’illecito.
Gente che passa il tempo ascoltando l’opera lirica e Pavarotti.
Il gesto fatto in una scena da Gaga/Patrizia “nel nome del padre, del figlio e di House of Gucci” è una trovata cinematograficamente geniale ma che la stessa Reggiani non ha mai confermato.
Gli screzi tra loro, le faide interne c’erano, vuoi anche per il passaggio generazionale; Maurizio aveva sicuramente un’idea di business più moderna rispetto alla generazione precedente, ma rappresentarli come delle macchiette idiote è eccessivo.
Scott sottolinea fino alla nausea durante le oltre due ore di pellicola quel concetto di “famiglia” che fa tanto mafioso; li colloca in un contesto familiare profondamente patriarcale, quando invece tutte le donne lavoravano nell’azienda ricoprendo i più svariati ruoli. Donne, a parte la Reggiani, non pervenute.
Chi ha visto la versione originale recitata in inglese ha dovuto sorbirsi anche attori che parlano un inglese scimmiottato e maccheronico, con intercalari in italiano qua e là, per perculare il tutto nella solita salsa pizza/spaghetti e mandolino.
Che senso ha se si mette in scena la storia di una famiglia italiana che parla la propria lingua madre?
A questo punto magari si poteva pensare a inserire qualche attore italiano, dato che ne abbiamo di ottimi. Ad esempio, nel ruolo della cartomante Auriemma, perché invece di Salma Hayek (messa lì perché sposata col figlio del nuovo proprietario del marchio Gucci) non prendere una Luisa Ranieri o una Anna Galiena?
O perché non far interpretare il socio Domenico De Sole invece che a Jack Houston a un Alessandro Gassman, a un Alessio Boni, a un Daniele Pecci… ma questi sono dettagli, non voglio peccare di troppo campanilismo, lasciamo da parte il politically correct.

Ho lasciato per ultima Lady Gaga, non perchè sia meno importante degli altri attori, ma, al contrario, perchè merita una menzione speciale. E’ l’unico motivo che valga il biglietto del cinema. Incredibilmente brava, intensa, la sua interpretazione è fedele all’originale nei gesti, nella postura: perfettamente a suo agio, rispettosa, semplicemente divina nell’iconico abbigliamento.
Ha salvato il film, chissà, forse perchè almeno lei è italoamericana e ci ha messo il cuore, e si vede.
Una femme fatale talmente convincente da esserlo fin troppo, visto che finisci per uscire dalla sala facendo il tifo per un’arrampicatrice sociale mandante di un feroce omicidio.