
Il 1979 fu una data importante per la band britannica dei Clash e per la musica punk. A dicembre uscì nei negozi del Regno Unito il doppio album London Calling. Il disco – venduto, per volere del gruppo, al prezzo di un singolo – fu spiazzante e rappresentò l’evoluzione del punk, del quale mantenne l’essenza ribelle, verso sonorità ska e reggae.
I testi impegnati erano un inno a contrastare il perbenismo della società e la violenza dilagante attraverso una ritrovata fede nel rock&roll. L’innovativo album, che evocava nel titolo la famosa frase passata in radio durante la 2°guerra mondiale, venne interpretato dai puristi del punk come un vero e proprio tradimento (i fans fermavano Strummer per strada urlando “il disco fa schifo: piace anche a mia nonna!”). Nonostante ciò l’LP si posizionò all’ottavo posto nella classifica Rolling Stone, vendendo oltre due milioni di copie in tutto il mondo.
Ecco come nacque e si evolse il progetto, definito a posteriori lo spartiacque che traghettò la musica verso gli anni ’80.
A Londra è un mattino piovoso di marzo quando, al n. 36 di Causton Street, tra l’ex penitenziario Millbank e la Tate Gallery, un iraniano mette un annuncio per affittare il secondo piano della sua officina. Il giorno seguente si presentano quattro “ragazzetti secchi e pallidi, i tipici british punk”, alla ricerca di una sala prove dove realizzare il loro nuovo album; sono Joe ‘Strummer’ (letteralmente “lo strimpellatore”), Mick Jones, Paul Simonon e “Topper” Headon. La formazione dei Clash è di rientro dal tour americano.

L’aggettivo che meglio di ogni altro fotografa Londra alla fine degli anni 70 è confusione. Il governo della Lady di ferro Margaret Thatcher ha incrementato la disoccupazione giovanile, la droga ha invaso la città; violenza e insoddisfazione alimentano gli scontri generazionali. I giovani più irrequieti avevano cercato consolazione nel punk arrabbiato e irriverente dei Sex Pistols, bruciati dopo soli 3 anni di carriera per la prematura morte del leader Sid Vicious.
Ma una cosa è suonare il punk, un’altra è esserlo: i Clash, considerati gli unici eredi, sono pervasi da una strana malinconia, alimentata dalla fine del sodalizio con il manager “Bernie” Rhodes (reclutato a suo tempo nel negozio di abbigliamento dei coniugi Westwood-McLaren dove lavorava come assistente) e dalle recensioni al vetriolo della stampa inglese (“I Clash sono il genere di garage-band che dovrebbe essere rispedita immediatamente in garage”).
La band si incontra per quattro mesi tutti i giorni dall’una alle dieci di sera nel garage ribattezzato, per il colore delle pareti, Vanilla Studios. Per concentrarsi meglio adotta una dieta vegetariana, litri di tè e soprattutto niente droga. Dato che Mick arriva spesso in ritardo, gli altri vanno dietro coi loro strumenti alla musica della radio. Jones e Strummer sono pervasi da una fervida ondata creativa, liberi da preoccupazioni e pressioni.
Terminate le prove la scelta del nuovo produttore cade su Guy Stevens; i quattro si recano nel suo appartamento, sopra alla fermata della metropolitana Swiss Cottage, ma la scena che li accoglie non è delle più confortanti: bottiglie di super alcolici vuote, piatti sporchi e Steven in evidente stato confusionale che lancia dischi in aria; ed è proprio uno di questi che finisce per colpire il malcapitato Strummer. É la prima “riunione” col nuovo produttore!

L’aiutante Johnny deve consegnare la cassetta con la registrazione demo del materiale a Stevens, ma durante il tragitto fa una tappa in un pub dove si ubriaca dimenticando in metropolitana il prezioso pacchetto: per fortuna la cassetta era riprodotta! Una copia simile verrà ritrovata 25 anni dopo da Jones durante un trasloco: conteneva due inediti.
Alle registrazioni del disco nei Wessex Studios della CBS Stevens si presenta malconcio e carico di bottiglie, accatasta sedie, improvvisa strani balletti; è un personaggio sopra le righe, ma riesce ad alleggerire la tensione, creando un clima di divertimento con le sue gag improvvisate. In questa atmosfera goliardica i Clash riescono a finire l’album in una ritrovata armonia, lontano dagli alterchi che avevano contraddistinto i precedenti lavori con Rhodes.

Per la copertina viene scelta una foto in bianco e nero di Pennie Smith, scattata durante il concerto al Palladium di NY, che mostra Simonon nell’atto di frantumare il suo basso.
Articolo originale pubblicato sulla rivista letteraria Storie Leconte