Vite interrotte: Jayne Mansfield

Marzo 2014 – Le recenti scomparse della stilista L’Wren Scott e dell’attore Philip Seymour Hoffman hanno riaperto il dibattito sull’alto rischio di depressione e sull’attitudine alla malinconia degli artisti e dei creativi in generale. Alcol, droga, incidenti, suicidi.

Attrici, cantanti, scrittori, stilisti; talenti scomparsi troppo presto, quando la vita sembrava avergli promesso fama e ricchezza. Star costrette a convivere con il peso della loro fragilità, con quel male di vivere dentro la propria pelle che spesso li ha portati all’auto distruzione. Incredibilmente amate dal pubblico ma incapaci di amare se stesse.

Tra i personaggi sui quali il sipario è calato frettolosamente c’è sicuramente l’attrice Jayne Mansfield.

E’ il 29 giugno 1967 quando Jayne Mansfield sale a bordo della sua auto diretta verso New Orleans, dove è attesa per un’intervista. Con lei ci sono 3 dei cinque figli e l’attuale fidanzato, l’avvocato Samuel Brody; alla guida della Buick il ventenne Ronnie Harrison. Una brusca frenata per evitare un camion provoca un violento schianto dell’auto. Mentre i bambini si salvano miracolosamente – salvi ma segnati per sempre – gli adulti muoiono sul colpo. Jayne, insieme ai due cagnolini che teneva in braccio, viene scaraventata fuori dall’auto andando incontro a una macabra morte: la testa, mozzata di netto da un cavo d’acciaio, viene rinvenuta distante dal resto del corpo.

Il giovane Harrison fu vittima di quella che parecchi anni dopo, a seguito dell’incidente dove perse la vita l’ex principessa Spencer, gli esperti avrebbero definito “Sindrome di Diana”: uno stato d’animo che colpisce gli autisti delle celebrità, sottoposti a uno stress costante che ne aumenterebbe la distrazione. Causa gli orari scomodi, la fretta di sottrarsi a stampa e fans, e la pressione dovuta allo stato confusionale di alcune star sotto l’effetto di stimolanti.

La prematura morte dell’attrice fu uno shock e, in ricordo di quella tragica notte, i camionisti americani battezzarono Mansfield bar il paraurti dei loro camion.

Quella notte aveva messo fine in modo violento alla vita dell’attrice soprannominata Wouh girl (esclamazione che fanno gli uomini quando vedono una bella donna), iniziata solo 34 anni prima in Pennsylvania con il nome di Vera Jayne Palmer. Jayne era rimasta incinta a 15 anni del primo dei suoi cinque figli, frutto, pare, di una violenza subita a una festa.

A diciassette anni aveva sposato Paul Mansfield, aveva ripreso gli studi e qualche anno dopo si era iscritta all’Università di Fisica, alternando allo studio i corsi di recitazione.

Jayne era mossa dalla forte ambizione di diventare famosa, sentimento che l’aveva spinta a trasferirsi ad Hollywood. Imparò presto i meccanismi per farsi notare: per attirare i fotografi le bastava calare una spallina. La popolarità la ottenne grazie al fisico da maggiorata e ai capelli biondo platino che la apparentavano alla già famosa Marilyn Monroe, alla quale somigliava moltissimo.

Nel libro “I sette peccati di Hollywood” Oriana Fallaci la descrive così: “Si faceva fotografare con la bocca aperta come se avesse mangiato peperoni piccanti e soprattutto metteva da parte il cervello, che in una ragazza glamour è sempre un elemento di disturbo. Essere Miss Qualcosa costituiva per lei il biglietto da visita per la fama. (…) Ma è tutta scena: è la ragazza più simpatica e incompresa di Hollywood; mostra poco cervello pur avendone molto”.

La nostra Fallaci aveva ragione, Jayne era bellissima, ed era tutto era fuorchè stupida: aveva una laurea, parlava cinque lingue e suonava benissimo violino e pianoforte. Accanita lettrice, non c’era libro di Dostoevskji e Shakespeare che non avesse letto.

Ma per continuare la sua scalata nell’audiovisivo recitava la parte della donna frivola e vuota. Infischiandosene delle critiche, riceveva i fotografi in vestaglie trasparenti, oppure immersa in una delle prime Jacuzzi, nella villa di 40 stanze acquistata dal nuovo marito.

La sua audacia finì per farle perdere perfino la collaborazione con lo stilista, Richard Blackwell, che si rifiutò di affidarle le sue creazioni in quanto finiva sempre per essere coinvolta in qualche scandalo.

La sua vita stravagante viene descritta con dovizia di particolari da Simon Liberati nella biografia “Jayne Mansfield 1967”: di come si presentò a una serata di gala in bikini leopardato; delle passeggiate per le vie di Los Angeles con una tigre tenuta al guinzaglio; o di come si arrampicò su di un traliccio per protesta contro la censura di un suo film, mostrandosi ai fotografi in topless.

“Il sesso”, scriveva la perfida giornalista Louella Parsons “la Mansfield lo ha dipinto sul viso. Quella donna è disposta a tutto, anche ad inventarli gli scandali, pur di guadagnarsi articoli sui giornali”.

Louella Parsons

Alle spalle aveva tre matrimoni falliti e, secondo le biografie, un numero imprecisato di amanti; le cui foto Raymond Strait, ex segretario tutto fare disposto a soddisfare l’attrice anche sotto le lenzuola, catalogò con un certo cinismo in faldoni, insieme agli articoli sulla sua carriera.

Ingabbiata dalla macchina hollywoodiana nello stereotipo della bionda scema e sessualizzata, perennemente contrapposta all’eterna rivale Monroe – la cui fama cresceva a dismisura e anch’ella usata come “gallina dalle uova d’oro” – Jayne venne relegata a ruoli di secondo piano.

Dopo aver girato una ventina di pellicole perlopiù scadenti, iniziò la parabola discendente di una carriera che, al di fuori degli scandali, non era mai davvero decollata. Fu costretta a esibirsi nei nightclub. Qui, oltre ai fans nostalgici, trovò l’LSD e l’alcol; compagnie che, forse, non fosse scomparsa tragicamente quella notte, le avrebbero ineluttabilmente segnato il destino.

L’attrice Mariska Hargitay è una delle figlie sopravvissute all’incidente

Articolo originale pubblicato sulla rivista Storie Leconte


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