Savoca: una storia di pregiudizio

Nell’estate del 1991 un’azienda di abbigliamento newyorkese, la Kenar Enterprises Ltd., si reca in Sicilia per realizzare alcuni scatti per la campagna pubblicitaria.

Dopo aver visitato varie località, i dirigenti dell’azienda optano per Savoca, un paesino di 1700 abitanti nella provincia di Messina. La modella scelta è una delle icone di quegli anni, la splendida Linda Evangelista, scelta dettata anche dal fatto che Linda si dichiara orgogliosamente italoamericana.

La troupe al completo si trasferisce in quel di Savoca e decise di scegliere delle abitanti del posto da far posare insieme alla mitica modella.

È domenica mattina.

Alcuni dipendenti della Kenar, fingendosi dei turisti, passeggiano in lungo e in largo per il paese, alla ricerca dell’ispirazione e chiedendo informazioni alla gente. Passando davanti alla Chiesa, notano delle donne anziane che escono dalla messa, vestite coi loro abiti migliori. La troupe allora si avvicina alle signore dicendo che l’azienda per cui lavora sta promuovendo una campagna contro l’Aids – in quegli anni se ne parlava molto – e sta cercando delle donne per promuovere la campagna. Le signore accettarono di buon grado, per un compenso simbolico di 20mila lire a testa.

Vengono scelte sette donne, che vengono accompagnate sul set e fatte cambiare in fretta e furia: al posto dei loro eleganti abiti domenicali, gli vengono fatti indossare abiti neri, secondo lo sereotipo della donna siciliana cupa e vestita a lutto. La cosa finisce lì.

Passati alcuni mesi, un gruppo di italoamericani di origine siciliana, passeggiando per Time Square a New York, nota un gigantesco cartellone pubblicitario che sponsorizza abiti dal titolo: “La bella e le sette bestie”. Tra le donne della foto, un signore del gruppo riconosce una sua parente.

Parte così una segnalazione dagli States all’Italia che fa infuriare molti, a causa del paragone a dir poco insultante. Le donne si rivolgono a un’avvocato, mentre l’azienda newyorkese si giustifica col fatto che quella realizzata a Savoca era stata pensata come un’opera d’arte, i cui proventi sarebbero stati destinati alla lotta contro l’aids: da quella foto infatti erano stati ricavati dei poster, venduti a 1.000 dollari l’uno.

Tesi che – inspiegabilmente – spinse il giudice penale ad assolvere l’agenzia dall’accusa di truffa. Stanche della questione, le donne di Savoca si arrendono, tutte ecceto una: Maria Cisto.

Nel 1997 Maria muore, ed è solo qualche anno dopo, nel 2000, che la vicenda giudiziaria si chiude con il pagamento di 20 milioni di lire, voluto dalla figlia Anna Maria come “risarcimento alla memoria”.

Si chiude così, anche se in modo amaro, una brutta vicenda fatta di inganno, pregiudizio e stereotipi.

(di Agatha Orrico)


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