Diana Vreeland, storia di un’icona

E’ uscito negli Stati Uniti Memos : the Vogue Years (ed. Rizzoli N.Y.), una raccolta di oltre duecentocinquanta appunti che svela i retroscena del lavoro di Diana Vreeland, eccentrica direttrice di Vogue America dal 1962 al ’71.

Non avendo trovato materiale nell’archivio della Condè Nast, il nipote Alexander contatta i collaboratori della nonna recuperando un’infinità di appunti e lettere inediti indirizzati a clienti, fotografi e designer. Ne risulta quello che lui stesso definisce un gradevole coffee-book che raccoglie, a più di vent’anni dalla scomparsa, una sorta di scrigno dei segreti di una delle più celebri redattrici di moda.


Si credeva già detto tutto su questa antesignana del glamour, che ha traghettato la moda in una dimensione anticanonica, contaminandola con l’arte e trasformando quello di Vogue in un linguaggio contemporaneo, eppure non è così. Il libro consegna al lettore un assaggio di quegli anni visti attraverso gli occhi di chi la conosceva molto bene, come – tra gli altri – la fashion editor e assistente di fiducia, la contessa Consuelo Crespi, una delle personalità che influenzarono maggiormente la moda internazionale negli anni sessanta.

Consuelo Crespi a Manhattan

“Dai 12 ai 16 anni mi trasferii con la famiglia a New York e trascorsi diversi pomeriggi con mia nonna negli uffici di Vogue” ricorda Alexander Vreeland, un passato da dirigente per Armani e Saint Laurent, ora Presidente
della Vreeland Inc.

Fu a quell’epoca che scoprì che l’aristocratica Diana non si recava mai al lavoro prima di mezzogiorno. La mattina, in accappatoio, impartiva ordini telefonici al suo staff dall’appartamento in Park Avenue, scrivendo decine di
promemoria e dettando lettere che faceva battere a macchina.

Le sue note possono considerarsi una sorta di blog in anticipo sui tempi, prima di internet e brainstorming.
Odiata/amata a causa del carattere granitico (licenziò una collaboratrice infastidita dal rumore dei tacchi), grazie alle ispirazioni geniali – e a un budget stellare – realizzò servizi epici. Sono diventati pezzi iconici i numeri di dicembre che intrecciavano narrazioni sullo sfondo di paesaggi esotici.

La celebre modella Veruska


A lei si devono le foto del primo bikini, la popolarità dei blue jeans, il primo servizio di nudo; parlò per prima di chirurgia estetica. Scoprì e tramutò le modelle – Twiggy, Shrimpton, Veruska – da manichini a sfrontate regine del lusso, catturandone la fresca energia attraverso l’occhio di giovani fotografi. Avedon e Bailey, per citarne un paio.

Richard Avedon con Vreeland


Ebbe per prima l’idea di utilizzare le attrici come modelle, e di alcune esaltò anche i difetti, tra i suoi servizi più famosi spiccano quelli di Barbra Streisand fotografata di profilo, per esaltare il suo naso importante.


Interpretò lo spirito della swinging London restituendolo rielaborato.

“Si concedeva ogni genere di lusso tranne la pigrizia” scrive Alexander.

Frequentava locali alla moda avvolta nel fumo delle sue Lucky Stryke ripetendo la celebre frase ”Un bel vestito non conta nulla, conta la vita che si
conduce mentre lo si indossa”.


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